Gurdjieff sulla liberazione Parte 1 – Realizzazione

Asaf Braverman, California
“Al fine di realizzare le proprie possibilità, un uomo deve avere in sé un fortissimo desiderio di liberazione ed essere determinato a sacrificare qualsiasi cosa, a rischiare tutto, per ottenere tale liberazione.” ~ George Gurdjieff

Il Palazzo del Sonno

Gurdjieff-Chained-prisonersGurdjieff paragonava il risveglio ad una fuga dalla prigione. La prigione è il proprio sonno e il fattore principale che tiene un uomo in carcere è il fatto che egli non è consapevole della propria prigionia. Fintanto che un uomo si trova bene tra le catene ed i ceppi che lo legano, fintanto che tiene in grande considerazione proprio ciò che lo trattiene dal risvegliarsi, egli non potrà mai sfuggirvi.

Per rappresentare la condizione dell’uomo imprigionato nel sonno, la propria inconsapevolezza di essere incatenato e la determinazione necessaria a spezzare tali ceppi, il Buddismo ha elaborato la storia della vita del principe Siddharta.

Nascita e Infanzia di Siddhartha

Siddhartha nacque dal matrimonio della regina Mahamaya e del re Suddhodana. Fin dal concepimento la sua venuta al mondo fu carattarezzata da presagi: la regina sua madre ebbe in sogno la visione di un elefante bianco che le entrava in grembo. Al suo risveglio condivise il sogno con il re, il quale convocò i propri consiglieri per interpretare l’insolita visione.

Nessuno degli uomini del re fu in grado di attribuire un significato alla visione premonitrice di Mahamaya, eccetto uno, il quale spiegò che la regina avrebbe concepito e dato alla luce un figlio molto speciale. Tale principe sarebbe diventato un grande sovrano o un Buddha illuminato.

La prigione di Gurdjieff nel mito buddista

Per fare in modo che si realizzasse la predizione nel suo primo significato e sfuggire alla seconda ipotesi, il re Suddhodana confina il figlio nel lusso della vita di corte. Se Siddhartha non avesse mai fatto esperienza della sofferenza, della povertà, della malattia e della morte, non avrebbe mai provato l’esigenza dell’illuminazione.

Gurdjieff-Siddhartha-sees-old-manMa i deva (le divinità buddiste) mettono dentro il giovane Siddhartha il seme della curiosità. Insieme alla maturazione fisica cresce in lui anche la sete di conoscere il mondo esterno. Giunto al compimento del suo ventinovesimo anno, il principe non può più resistere al bisogno di conoscere ciò che si trova all’esterno delle mura del palazzo e chiede al padre il permesso di uscire ad esplorare la città.

Constatato il fallimento del proprio piano originario, il re ne mette a punto un altro: ripulirà le strade del regno da tutte le persone malate o anziane, facendo in modo che Siddhartha venga a conoscenza di una città artificialmente preconfezionata.

Gurdjieff-Siddhartha-frontal-viewDapprima Siddhartha vede esattamente ciò che il padre ha inenzione di mostrargli. Ma i deva provocano un’ulteriore falla nel piano regale: fanno in modo che il principe si imbatta in un vecchio storpio e malandato. Per la prima volta in trent’anni, Siddhartha ha modo di prendere visione della vecchiaia e rimane inorridito dall’evidenza dell’umana fragilità. Siddhartha in seguito compie altre tre di tali visite alla città, durante ciascuna delle quali, nonostante gli sforzi del re di ripulire le strade, i deva fanno sì che Siddhartha sia testimone degli aspetti più amari della vita reale. Durante la seconda esplorazione vede un malato terminale. Durante la terza vede un morto trasportato in una bara. Ma durante la sua quarta uscita ha modo di vedere un monaco tranquillo e padrone di sé.

A Siddhartha viene spiegato che un monaco è un uomo che ha rinunciato a questo mondo per amore del successivo, avendo compreso la vanità degli umani intenti in vista della morte.

Il giovane principe torna disilluso al palazzo. Comprende di essere stato ingannato. Percepisce che la propria vita di piacere si concluderà inevitabilmente con la morte. Per la prima volta, vede il proprio palazzo per quello che è: una lussuosa prigione. Per la prima volta, prova in sé il desiderio di fuggire.

Buddismo e Quarta Via

Il Buddismo veicola tramite il mito la stessa lezione che Gurdjieff impartì con la terminologia della Quarta Via: l’uomo è nato imprigionato nel sonno. Tale prigione è lussuosa, in quanto le sue mura sono fatte di auto-suggestione e auto-inganno. Il primo passo verso la liberazione può essere solo un’autentica constatazione del fatto che si è incatenati.

In tale spirito, invito i miei scrittori a dedicare gli interventi di questo mese alle loro prime osservazioni riguardo alla propria prigionia interiore.

“è solo quando vi rendete conto che la vita non vi sta portando da nessuna parte che essa comincia ad avere significato.” ~ Peter Ouspensky