L’auto osservazione era un processo che accadeva da sé. Spesso erano le situazioni esterne a provocare questo particolare stato interiore in cui vedevo me stesso fare o subire cose, situazioni, eventi e al tempo stesso udire una voce narrarmi il significato di quello che stava accadendo. A volte durante situazioni importanti, a volte nei momenti ordinari e ripetitivi, presenti o passati.
L’incapacità di analizzare, di riuscire a mettere insieme le varie parti in un insieme coerente era ciò che mi mancava a quel tempo. Questa incapacità era dovuta non solo da limiti personali, ma da qualche legge cosmica misteriosa che non permette di capire e valutare le idee nella loro pienezza e nella corretta prospettiva, a meno che il sentiero non venga indicato da qualcuno che è già transitato per le stesse stazioni.
Uno degli ingredienti fondamentali che non era a mia disposizione era l’idea della “separazione”. “Noi siamo ciò che osserva e non ciò che osserviamo” mi disse una volta una persona speciale che cambiò per sempre la visione di me stesso e del mondo circostante.
Per quanto la voce narrasse semplicemente ciò che stava accadendo, un’altra parte di me, forte e superficiale, si sentiva obbligata a prendere parte alla disputa, ad essere identificata con il processo.
Se c’era un piatto di pasta che veniva servito a tavola, sentivo, se ero fortunato, una voce sussurrarmi che stavo per esprimere un giudizio o che ero negativo. Un istante dopo mi sentivo giustificato ad esprimere effettivamente il giudizio e ad enfatizzare quello che senza dubbio credevo essere un commento oggettivo ed equanime.
Ci sono voluti anni di osservazioni per capire che quel pensiero, o quell’IO, come viene chiamato nella quarta via, era semplicemente un “io” e che la voce, che per semplicità e approssimazione potremmo chiamare “io osservatore”, stava semplicemente anticipando o dando voce a qualcosa che stava accadendo.
Separarsi dai propri “io”, non importa se pensieri, sensazioni, emozioni o percezioni, significa non mettere tutta la propria identità in ciò che stiamo vivendo, senza tuttavia respingere l’osservazione. Non è uno stato di fredda e cupa indifferenza quanto un sincero e deliberato sforzo di non identificare se stessi meccanicamente e completamente con ciò che sta accadendo.
La pasta viene servita in tavola, un “io” (istintivo) dice che quel tipo di pasta non mi piace o che al salsa non è quella che mi aspettavo. L’impulso successivo è irritazione e forse il desiderio irrefrenabile di esprimere un giudizio o di far notare al cuoco ciò che sto provando, spesso in modo negativo.
Separarsi, significa osservare senza pietà se stessi, separare ciò che osserva dall’osservazione; essere consapevoli che quella parte in noi che vuole esprimersi è una voce tra tante altre. Un’altra parte di se stessi, ad esempio, sente gratitudine per il fatto che qualcuno si è preso cura di noi ed il disturbo di cucinare.
La capacità di separare se stesso dagli “io” ci libera dalla meccanicità soggettiva. Ci liberà dalla schiavitù della reazione e ci guida verso una risposta intelligente e cosciente.

“Ad un certo punto si incomincerà a percepire che c’è un qualcos’altro che dall’interno reclama a gran voce la propria autenticità e di contro la totale apparenza e falsità del personaggio fotografato: ciò permetterà all’individuo di sperimentare la separazione fra reale ed immaginario, fra “l’io” vero passivo che registra e il “falso io” attivo. Tuttavia questa netta distinzione potrebbe rivelarsi molto pericolosa: infatti potrebbe capitare che il soggetto falsi le sue istantanee facendo rientrare tutto nei suoi quadri immaginari. Così è fondamentale non avere “nessuna pietà” verso se stessi.” – Peter Ouspensky, La Quarta Via