Ricordo quel giorno come fosse oggi, adesso. Era l’estate del 1984, agosto, avevo poco più di sette anni. Una di quelle domeniche torride di fine estate a Roma dove sono ripetitivi e monotoni i suoni: le cicale nascoste all’ombra dei pini, il ticchettio dell’orologio color avana appeso in cucina sopra il frigorifero o di una tv lontana appena udibile, come un ronzio.
Non avevo idea di cosa fare, né dove andare. I miei amici erano in vacanza al mare o forse in montagna. Come rassegnato decisi di uscire sul balcone. Cominciai a valutare seriamente le mie opzioni. Il suono assordante del silenzio mi portava via.
Per qualche motivo non riuscivo a focalizzare l’attenzione su nulla. Osservai con una certa sorpresa l’avanzare lento di una bicicletta in lontananza. Questo fatto mi risvegliò da un certo torpore; senza nessun motivo apparente fui spinto ad osservare i miei pensieri, le mie associazioni mentali.
La bicicletta rossa che si avvicinava aveva evocato in un batter di ciglia il ricordo di quando pochi giorni prima, con mio padre, ero andata a villa Ada (un parco vicino casa) e con piena gioia mi ero dato al pedalare della mia bicicletta rossa.
Osservavo i pensieri, le sue incredibili e velocissime associazioni e ne fui affascinato e meravigliato. Mi parve di danzare con i miei pensieri, di essere ospite di me stesso. Mi sorpresi a ridere di me, di un ricordo fresco ma quasi già dimenticato. Il monotono pomeriggio si stava trasformando ora in un interessante viaggio dentro me stesso, dentro le miei memorie.
Fui colto da un attimo di terrore quando senza uno preciso e deliberato sforzo provai l’impulso urgente di fermare i miei stessi pensieri. Osservai che le memorie spuntavano dal nulla come richiamate da una luce misteriosa, senza un’apparente logicità e  che era praticamente impossibile arrestarle. Era come cercare di afferrare l’aria.
Mi rilassai e cercai allora di galleggiare sulle memorie, sulle parole, sulle idee, sulle associazioni. Il terrore lasciò presto lo spazio ad uno stato di euforia ed incongruo entusiasmo. Provai un senso di rispetto nei confronti degli aduli, così impegnati in questa costante lotta di “galleggiare” sui propri pensieri. Pensai che non doveva essere così semplice essere adulto.
Provai di nuovo l’impulso di fermare i miei pensieri e per un breve attimo tutto divenne impalpabile, il mondo per un istante rallentò la sua corsa. Il pensiero successivo fu: “Ci sono riuscito!”, e tutto si rimise in moto.
Anni più tardi incontrai una frase di Gurdjieff che mi aiutò a capire quell’esperienza e molto di più: “L’uomo comune, non solo non ha controllo sulle cose fuori di lui, ma neppure sulle cose che sono  dentro di lui. Quest’ultima idea deve essere compresa molto chiaramente e assimilata; nello stesso tempo occorre capire che  il  controllo  delle  cose  esteriori  comincia  con  il  controllo  delle cose dentro  di noi, con il controllo di noi stessi. Un uomo  che non può controllare se stesso, ossia il corso delle cose dentro di sé, non può controllare niente”